Laura Prinzi // CEO @bheroes_italia

Laura Prinzi // CEO @bheroes_italia

Raccontaci di te e come è iniziato il tuo percorso come CEO da B Heroes

 

Raccontare di me è complicato, ma perché ho avuto diverse vite.

Ho una vita “precedente” legata al settore della cooperazione internazionale e una vita attuale che è legata al mondo delle start up.

 

Prima nella mia vita altra mi occupavo di progetti di cooperazione che mi hanno portato in paesi lontani come l’India, il Nepal, El Salvador, il Guatemala… dove sono stata a contatto con le comunità locali e ho sviluppato il mio pensiero laterale e le mie capacità di problem solving, abilità che mi accompagnano ancora oggi sia nella mia vita personale che professionale.

 

A un certo punto c’è però stato un cambiamento graduale ma molto significativo nel mio percorso di vita e ho iniziato ad occuparmi dapprima di imprenditoria sociale, perché coerente con quello che avevo svolto precedentemente, e poi da lì ho avuto modo di conoscere le attività della neonata Last Minute Foundation.

A quel tempo B Heroes non esisteva ancora, era solo un’idea scritta su pezzo di carta, perciò sono stata chiamata, in particolare dalla Direttrice della Fondazione Mariateresa Rangheri  Longheri, per dare vita a questo progetto.

Il percorso verso la figura di amministratore delegato è stato il frutto di una serie di passaggi che si sono succeduti, di successi ma anche di insuccessi, avvenuti in maniera abbastanza graduale.

Prima mi sono occupata del progetto in senso lato, essendo agli inizi bisognava occuparsi un po’ di tutto, poi mi sono assestata sul settore dell’accelerazione e sull’accezione Benefit del progetto.

Subito dopo c’è stata un’evoluzione fluida nel diventare amministratore delegato della società.

Com’è nato il progetto B Wonder e che impatto volete avere sullo scenario delle start up femminili italiane

 

Il progetto B Wonder è nato dapprima come Call For Women in collaborazione con Endeavor Italia.

È stato il frutto del nostro spirito di collaborazione con altri attori che fanno parte dell’ecosistema e dell’attenta analisi dei dati sull’imprenditorialità femminile in Italia, sia in termini di start up innovative che in termini Società di capitali

Dopo alcune edizioni di B Heroes abbiamo notato la rilevanza del tema della presenza femminile nel mondo imprenditoriale e rendendoci conto della necessità di intervenire.

 

A noi piace formulare delle teorie partendo dalla pratica, per questo motivo durante la pandemia abbiamo avviato un percorso di webinar che ha coinvolto varie figure: investitrici, imprenditrici, manager d’imprese…

I webinar erano volti a fare luce sul perché fosse tanto difficile coinvolgersi in un percorso imprenditoriale per le donne e perché il contesto Italia fosse così poco propizio per l’imprenditorialità femminile.

Insieme a questa iniziativa abbiamo lanciato la prima Call For Women che andava ad accelerare otto realtà: grazie a questa prima esperienza abbiamo avuto modo di strutturare maggiormente il nostro pensiero su quali fossero le problematicità del fare impresa in Italia per una donna.

Problematicità che riguardano sia il contesto, sia l’ecosistema.

Si tratta di temi come la conciliazione vita privata e lavoro, dei temi connessi alla cura dei familiari, in particolar modo dei figli, del carico mentale che ancora oggi le donne hanno all’interno della società; temi legati al vissuto delle donne stesse, ai molteplici rischi da dover gestire, dinamiche che si riferiscono a come il femminile è stato immaginato e costruito fino ad oggi.

 

L’obiettivo di B Wonder è duplice.

Vogliamo che le start up escano dal programma con delle competenze acquisite, dei network di supporto, con dei/lle mentor che possano occuparsi del loro sviluppo, della loro crescita e delle loro connessioni.

Desideriamo fare luce su quelle che sono le potenzialità delle donne in ambito imprenditoriale, dare spazio ad esse e operare una decostruzione dell’immaginario del femminile, togliendo quegli aggettivi creati dalla cultura e che vengono attribuiti alle donne al di fuori della loro individualità.

 

Abbiamo deciso di lanciare questo programma per fare in modo che le 1870 start up innovative, numero che si riferisce all’ultimo report del 1 aprile 2022 rilasciato dal Ministero Economico e da Infocamere, possano diventare sempre di più e che si possa avere un contesto italiano fertile, perché si nutre della ricchezza della diversità: una diversità maschile, una diversità femminile, una diversità di genere e di idee.

Nel momento in cui avete iniziato B Wonder, c’è stato un aumento anche delle partecipazioni femminili per quanto riguarda B Heroes?

 

Già dalla call successiva alla nascita di B Wonder abbiamo avuto un ritorno positivo anche su B Heroes. Sicuramente la presenza femminile vive con molta più adesione la call B Wonder, che è solo in parte un nostro obiettivo.

Abbiamo creato qualcosa con una finalità positiva, per dare visibilità e far sentire empowered un gruppo di persone, in questo caso le donne, ma poniamo costante attenzione al rischio che non diventi un “scatola chiusa”.  E’ complesso e delicato tenere un buon bilanciamento.

È vero che le start up che applicano per B Heroes hanno una composizione anche femminile, ma non prevalenza, mentre su B Wonder abbiamo una prevalenza femminile.

 

B Wonder è stato chiamato così a seguito di un grande lavoro di ricerca.

Il nome ha due accezioni.

La prima si riferisce a Wonder Woman, perchè per molte di noi essere imprenditrici significa incastrare dei pezzi di vita che sono complessi per riuscire a costruire qualcosa di diverso.

Wonder però significa anche chiedersi, domandare, meravigliarsi.

C’è questa idea di andare oltre il tracciato prestabilito per cercare di strutturare cose nuove che possano destare meraviglia.

La scelta del nome di questa call non è necessariamente legata alla donna e all’imprenditoria femminile, ma ha un nucleo connesso alla possibilità di stupirsi e di meravigliarsi, dare spazio per immaginare orizzonti diversi e di conseguenza ampliare le possibilità per tutti.

Dalla tua incredibile esperienza qual è stata la più grande ricompensa e la più grande sfida nell'essere CEO?

 

La più grande ricompensa è sempre il team.

Non c’è nessuna cosa che si muove sulle persone da sole, le persone da sole possono avere grandi intuizioni, molto carattere, grande resilienza, capacità di leadership… ma non basta.

Quello che fa la differenza è quello che realizzi insieme alle persone che ti sono a fianco, questo in B Heroes è molto presente.

Tutti i grandi successi, come ad esempio l’ultimo evento Burning Innovation, sono stati tali perché c’è stata crescita delle persone, in termini di capacità di assumere ruoli sempre più complessi e di sfidare i propri limiti.

Come CEO, e quindi come persona che coordina le attività, è bello vedere il team ed i colleghi che crescono nel loro potenziale, è la soddisfazione più alta che si possa avere.

È questo che ti porti a casa nell’essere CEO, vedere come si creino dei gruppi coesi e che anche quando qualcuno decide di andarsene e dedicarsi a nuovi progetti, rimane sempre il senso di appartenenza.

 

Un’altra grande ricompensa è vedere tante delle nostre start up svilupparsi negli anni, a volte correndo anche il rischio di cambiare, rispetto ad alcune cose che non vanno bene, partendo da segnalazioni arrivate dalla partecipazione al percorso di B Heroes.

Vedere come siano state in grado di mettere in discussione le loro idee, cosa sana e positiva ma che per molti di noi non è per niente facile e come siano state in grado di cambiare e crescere.

Sono molto contenta del loro percorso e di quello che ho visto accadere in questi anni.

 

Le sfide più grandi sono due, la prima connessa al mondo del femminile.

Quando si è donna e giovane si riscontrano diverse difficoltà, molti pensano di potersene approfittare.

Sei donna quindi sei più gentile, più dolce, più accondiscendente… Lo scenario italiano fa ancora fatica su questo tema, è faticoso in alcuni contesti essere ascoltate soprattutto laddove c’è ancora una platea maschile.

C’è anche il rischio che, siccome il potere ha ancora una connotazione maschile, si debba agire mutuando quei connotati, il che è un po’ lontano dal mio stile.

 

La seconda sfida è sempre legata al tema del team.

Gestire le risorse umane, gestire delle persone a cui sei inevitabilmente connessa e legata, è difficile.

È difficile trovare il compromesso giusto, sapere quando evidenziare gli sbagli, quando essere duri e quando richiamare all’ordine persone con cui hai costruito effettivamente dei legami d’affetto, il tutto senza mai perdere la gentilezza.

 

Quale consiglio daresti a tutte le giovani donne che vogliono diventare imprenditrici

 

Essere BOLD, è uno dei pezzi della carta dei valori che scrivemmo quando è stata fondata B Heroes, e con BOLD non intendo solo l’essere audaci ma anche l’andare oltre quelli che sono i nostri bias.

Gran parte del potenziale femminile è bloccato dal tipo di cultura che abbiamo ricevuto, per una buona parte dell’universo femminile.

Molte donne devono venire a patti con una serie di cose prima di lanciarsi in un’avventura imprenditoriale, ad esempio la cosiddetta “sindrome dell’impostore”, la sensazione di inadeguatezza, il volersi lanciare ma dover tenere conto di un ampio corollario di implicazioni soprattutto se si ha una famiglia o dei figli. Pensieri che in realtà sono artefatti e totalmente gestibili.

Come ad esempio la maternità che come segnala Riccarda Zezza” “La maternità è un master”.

Con la maternità si acquisiscono una serie di competenze che sono molto utili nella gestione di un’impresa. Gestire una nuova vita in qualche modo ti arricchisce di capacità come quella del gestire il tempo e saper impostare le giuste priorità.

È un valore aggiunto e non un di meno, e se viene visto come un di meno dobbiamo interrogarci su che tipo di società stiamo costruendo e abbiamo costruito.

Tutto questo però significa essere audaci, essere disposte a negoziare prima di tutto con quello che abbiamo assimilato della nostra cultura, e non è facile.

 

In secondo luogo, consiglierei di ragionare seriamente sulle sinergie: io non credo che le donne non sappiano collaborare tra di loro.

Credo che ci siano dei costrutti che ci offrono una narrazione di maggiore difficoltà nella collaborazione, ma resto fermamente convinta del contrario.

Invito quindi a cercare dei role model e delle peers con cui creare dei percorsi, persone che sono nella tua stessa situazione e che possono aiutare a cambiare effettivamente le cose.

 

Quando ti sei sentita maggiormente "empowered" nel corso della tua carriera?

 

Ho dovuto affrontare tanti cambiamenti: di lavoro, di mansione, di città… Io sono napoletana e mi sono trasferita qui a Milano.

Credo che il momento in cui ti senti più empowered è quando in cuor tuo capisci che il cambiamento è qualcosa che necessariamente viene per fare del bene, anche quando si hanno delle resistenze perché molto spesso abbiamo più affetto per le nostre zone di comfort.

Prendere coscienza di questa disponibilità al cambiamento significa anche prendere coscienza della disponibilità e apertura nei confronti di nuove domande, che sono la vera traiettoria per crescere personalmente e professionalmente.

Il momento in cui una persona, lo riferisco a me in particolare, ma l’ho riscontrato anche nelle persone che mi stanno intorno, si sente empowered è quando si rende conto che ha la possibilità di pensare su di sé nuove identità, che può pensarsi in modo diverso e che può gestire queste inclinazioni.

Ci si può sentire spaventati e fragili, ma questa fragilità può essere trasformata in forza.

 

I momenti in cui mi sento molto forte sono quelli in cui percepisco che sto andando verso un cambiamento, so che quel cambiamento lo posso gestire, anche se significa perdere un pezzo di quello che ero in passato perché allo stesso tempo acquisirò qualcosa in più che mi porterà verso nuove consapevolezze.

Questo mi porta molta energia.

 

Da MyChalom pensiamo che ogni badass woman abbia dovuto compiere un passo decisivo per arrivare dove si trova ora. Chiamiamo questo momento "TBS", The Big Step. Qual è stato il tuo?

 

Uno dei passaggi più forti è stato quando ho lasciato il mondo della cooperazione internazionale per dedicarmi al mondo dell’imprenditoria, è stato un passaggio molto significativo che ha scompaginato il modo in cui gestivo le mie relazioni e la finalizzazione delle mie azioni.

Non agivo più per aiutare gli altri, ma in una logica di generazione di profitto.

 

La maternità ha indubbiamente rappresentato un altro momento della mia vita che potrei definire un TBS: un vero e proprio percorso di apprendimento, soprattutto quando affrontato da soli, come nel mio caso.

Trovarsi a gestire un bambino che cresce in una situazione di lavoro full-time e in una città che non è la tua è stato veramente un BIG STEP.

Ci sono poi tanti TBS fatti in B Heroes e di cui mi renderò conto solo quando terminerà questa mia esperienza o quando inizierà un nuovo ciclo, per i quali dirò: “Ecco, quelli sono stati proprio dei grandi passi”.

 

In realtà io credo che la cosa con cui dovremmo maggiormente negoziare siano i piccoli step significativi che facciamo ogni giorni, la nostra giornata è composta da tanti piccoli passi che alla fine possono essere visti nell’insieme come un grande passo, dobbiamo quindi accoglierli con consapevolezza.

 

Il tuo motto da badass woman

 

“Tratta i tuoi errori come frutto di intuizioni nascoste”

 

Ci sono molto legata, è un insegnamento che mi è arrivato quando ero in Nepal.

C’è un modo di considerare l’errore come qualcosa che non è sbagliato, ma è invece un errare, un vagare in una direzione che tu non sai.

Quindi è ovvio che farai alcuni passi “falsi”, perché stai vagando: ma questi passi falsi, questi errori, però a volte portano a delle intuizioni che sono importanti, se le sai cogliere.

Si tratta di avere cura del comprendere il perché si ha agito in un certo modo e trasformarlo in un cantiere di apprendimento per sé stessi.

 

“Le parole sono importanti”

 

È una frase di Don Milani, le parole sono importanti e a volte possono essere più violente delle armi.

È fondamentale imparare ad usarle perché tracciano confini e separazioni ed una società più inclusiva nasce anche da un uso più giusto del linguaggio.

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